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RICORDI D'INFANZIA 1



POST PUBBLICATI SULLA PAGINA FACEBOOK “FRAMMENTI DI MEMORIA DAL 1960 IN POI”

RICORDI D'INFANZIA 1


Fino a quando si riesce ad andare indietro con la mente con i primi ricordi della propria esistenza?
A quanti anni si inizia a ricordare?

Il mio primo ricordo risale a quando avevo 5 anni.
Prima il vuoto. Forse è meglio così!
Il mio primo ricordo mi porta al 1965 quando mio nonno mi aiutava a compilare una pagina di quaderno con le aste e le prime lettere. Dopo le aste ricorso la parola “oca”.
Due pagine intere di “oca”.
Nella mia testa ho un intero mosaico di frammenti diversi, come il mio primo giorno di scuola accompagnato, come al solito, da mio nonno. Nonno Antimo, appellato dagli isernini come “Don Antimo”, vigile urbano integerrimo, col quale vivevo.
Ho solo ricordi legati ai miei nonni nella prima fase della mia esistenza.
Non c’è nessun altro.
Il vigile urbano all’epoca era una vera autorità, rispettato e temuto da tutti.
Mi accompagnò lui da solo. Non c’era il mio papà, non c’era la mia mamma, non c’era nessun fotografo, nessun comitato di accoglienza.
Da questo episodio avrei dovuto iniziare a capire come sarebbe stata la mia vita da lì fino alla dipartita dei miei nonni.
Mai chiesto dove fossero i miei.  Mai posto il problema, se non da adulto.
Ed eccomi qui col mio bel grembiule nero ed il fiocco blu e colletto bianco staccabile (almeno così credo di ricordare) con i quaderni a righe e quelli a quadretti, sia di bella che di brutta copia.
Non ebbi un impatto positivo con la scuola.
Non mi piaceva allontanarmi da casa dove ero coccolato da mattina a sera dai miei nonni. A scuola non mi considerava nessuno. C’era una maestra severa che impartiva ordini e ogni tanto urlava.
Ne ero terrorizzato.
Non vedevo l’ora di sentire il suono della campanella. Adoravo quel suono.
Era il suono della libertà.
Tornavo a casa e raccontavo ai miei nonni tutto quello che era accaduto nella mattinata.
Non ho ricordi precisi, solo frammenti.
Dopo tre anni, quando mi ero finalmente abituato a quella figura femminile, che, nonostante la sua ruvidezza, piano piano ero riuscito ad accettare, ecco che, in quarta elementare, venne sostituita da un maestro maschio.
Ennesimo trauma.
Il maestro nuovo maestro era magro come un’acciuga, con la faccia cadaverica, parlava piano, facevo fatica a sentirlo e a capire cosa dicesse ero abituato alle urla della maestra femmina.
Tornai a casa sconvolto.
Per fortuna la solita chiacchierata con mio nonno servì, ancora una volta, a tranquillizzarmi.

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